Intervista a mia madre, Gigliola Cinquetti. Seconda parte: chi sono e da dove vengo.

Lessinia, where we belong to.


Parliamo di amicizia.

Ho sempre considerato più importante la  vita che “l’arte” o il mestiere; e però forse mi sbagliavo. Forse mi sbagliavo perché separavo queste due cose, e invece non c’è niente di separato, c’è la vita,  il flusso della vita e dentro c’è tutto. Ho sempre avuto una percezione di solitudine, ma penso che sia necessaria per relazionarsi agli altri, non siamo un corpo unico, siamo individui soli ed è da questa solitudine che parte il bisogno d’amore e d’amicizia, il bisogno di dare e ricevere, e di scambiare. Nella vita mi hanno accompagnato alcune amiche e amici e io sono una che tende a sospendere, ma non a interrompere, nessun legame. Sospendere perché mi sono spostata dalla mia città di origine dato che sono stata spesso in viaggio, senza vincoli di quotidianità costanti, come chi ad esempio ha un lavoro fisso, e si ritrova tutti i giorni negli stessi posti e negli stessi ambienti. Io, ritrovandomi tutti i giorni non so dove, sono stata costretta a sospendere queste amicizie, a volte per lunghi periodi, in un apparente oblio, ma poi le ho ritrovate sempre, e quindi ho degli amici che conosco da trenta, quaranta, cinquant’anni, anche sessanta, che magari però non vedo per lunghi periodi, anche di anni. Ma poi ci si ritrova, stamattina ad esempio, mi ha telefonato una mia compagna di liceo che non sentivo da moltissimo tempo. Questo è molto bello, perché si è stabilita una complicità tra noi in quegli anni, che ancora resiste. Tengo molto a queste amicizie: la maggior parte sono nate a Verona, poi a Roma, qualche volta a Milano, poi a Torino, a Napoli, in Sicilia e a Parigi.  Questi rapporti duraturi, o si  formano nel tempo degli studi o dell’adolescenza, periodo in cui sei particolarmente ricettivo, o in ambito lavorativo, oppure nella stagione in cui si hanno bimbi piccoli, e si incontrano altre coppie con cui si condivide l’esperienza genitoriale, anche coi figli degl’altri, che si mescolano ai tuoi.



 Che tipo di famiglia hai e hai avuto?

 Una famiglia italiana, con una prevalenza veronese quasi totale, a parte un nonno piemontese. Una famiglia con componenti sociali diverse, un nonno commendatore, grand’ufficiale e cavaliere di Malta che era il padre di mio padre, oggetto di lazzi dai parte dei figli a cui della nobiltà e dei titoli importava ben poco; c’è un bisnonno macellaio da parte di madre, c’è la presenza della musica perché c’è mio nonno materno, il piemontese, che suonava e amava la musica, in particolare l’Opera. Tutte persone profondamente diverse tra loro, c’erano componenti popolane ed altre non borghesi, ma molto attente al decoro. Un decoro senza fronzoli: la mia infanzia è stata abbastanza rigorosa, in linea col carattere dell’Italia degli anni ’50, un paese senza ricchezze, con il necessario ma senza il superfluo.
 
Gigliola e sua sorella Robi prima di andare a scuola, seconda metà anni '50

Parlaci della tua città durante la tua infanzia.

 Verona portava ancora i segni della guerra. Case sventrate, intonaci segnati dalle mitragliatrici o da schegge di bomba, calcinacci rotti eccetera. I ponti erano stati distrutti dai tedeschi in ritirata nella primavera del ’45. Il ponte di Castelvecchio fu ricostruito nel ‘50, avevo due anni e mezzo e mi ricordo perfettamente l’inaugurazione. A ponte Pietra, che dovevo attraversare ogni giorno per andare a scuola dalle Torricelle in centro, si attraversava su una passerella pedonale di ferro con l’impiantito in  legno, costruita accanto al ponte che non c’era più. Quando di sera, con la nebbia, d’inverno, si attraversava questa passerella in uno dei luoghi più suggestivi della città, sembrava di essere letteralmente sospesi nel vuoto, in un mondo irreale. Proprio su quella passerella, dove nessuno mi vedeva, protetta dalla nebbia, sola e libera,  mi sentì per la prima volta artista, e cantai, ballai e feci le giravolte, sospesa su una passerella in mezzo al fiume Adige.

Ponte Pietra distrutto
  
Come passavate le vacanze e il tempo libero?

 Noi avevamo e abbiamo ancora un bellissimo rapporto con il territorio circostante Verona. Il lago di Garda e le montagne della Lessinia erano nostre mete abituali. Andavamo sul lago, all’epoca pulitissimo,  a fare il bagno e i pic nic in spiaggia, c’erano già un po’ di tedeschi col maggiolone VW.  Ricordo nostro padre che parcheggiava la sua Topolino e poi la 600  vicino a questi Maggioloni. Magari si condivideva coi tedeschi il pic nic, scambiando qualche parola. Io ero molto timida, e mio padre, per farmi vincere la timidezza, dopo avermi messo in mano un fiasco di Valpolicella, mi diceva: “Vai da quel tedesco e offrigli da bere.”

 “Ma come faccio-dicevo io di rimando- non parlo una parola di tedesco!”

 “Ah non ti preoccupare, basta che tu gli dica aufwiedersehen!”

“E che vuol dire?”

“Vuol dire buongiorno!” mi rispondeva tuo nonno

 Ovviamente vuol dire arrivederci, ma lui me la vendeva per buona, sapeva benissimo che cosa volesse dire, ma era l’unica parola che sapeva!

 Io ero furiosa con lui,  mi ero presentata dicendo arrivederci, rendendomi ridicola. Il tedesco era strabiliato: aveva di fronte a sé una bambina di 5 anni, con un fiasco di vino in mano, che gli diceva arrivederci.

 Io tornavo da mio papà, avevo compiuto l’impresa e lui era fiero di me.

 In inverno andavamo a sciare in Lessinia, ma all’epoca non esistevano praticamente impianti di risalita e le attrezzature erano pesantissime: salivamo su una collina tenendo gli sci paralleli, a scaletta, arrivavamo in cima dopo immani fatiche, ci buttavamo giù e ricominciavamo: uno sci pionieristico che mi ha lasciato ricordi bellissimi e qualche stiracchiata ai legamenti. Non avevamo giacche a vento, solo pantaloni alla zuava, una camicia e un maglione svedese di ottima qualità che compravamo dal commendator Gerosa, grande amico di mio padre.

 Ho avuto una bellissima infanzia, perché mio padre amava moltissimo la natura e lo stare all’aperto. Eravamo sempre in giro colla Topolino, su strade impervie e in posti veramente remoti. Appena vedeva una strada sterrata mio padre diceva: “vediamo dove porta.” E la imboccava.
Lessinia anni '50

Lessinia anni '50, maglione svedese


Chi era il commendator Gerosa?

 Era l’amico più importante, diciamo notabile, dei miei genitori e la persona con la quale passavano le domeniche giocando a carte o facendo gite automobilistiche sul Lago o in Lessinia. Fu lui che, sentitomi cantare da bimba, diede l’idea a mio padre di farmi partecipare a piccole manifestazioni canore: “Questa bambina è speciale e bisogna farla studiare.”

 “ Beh, questo spetta a me!” rispose papà

 In realtà non mi fece studiare canto, studiai musica, come era nella tradizione della famiglia di mia madre. Non avevamo in casa un pianoforte all’inizio, perché il vecchio pianoforte di mia madre era stato venduto quando lei era ragazza e prima di avere i mezzi per comprarne uno ho studiato per anni andando a suonare altrove.

 Tornando al commendatore, con cui mio padre si dava esclusivamente del lei, pur essendo grandi amici, avevano in comune una grande passione,  i motori. I due intrattenevano un rapportino basato su frequenti sfide di velocità.

 Noi avevamo ancora la Topolino, quando lui si comprò il Fiat 1100. Non gli parve vero di poter fare lo sbruffone con mio padre: “Caro Cinquetti, io adesso non la vedo più, perché con la mia basta premere e si raggiungono velocità inaudite, fa 130 all’ora!”

La Topolino anteguerra a balestra lunga (color grigio topo con interni di velluto a coste color banana ,aveva ancora i predellini per salire e i fari fuori dalla carrozzeria) ,  lanciata in discesa, si spingeva fino ai 98 di tachimetro. 
Topolino balestra lunga


 Ma mio padre, un passato nei reparti motorizzati dell’esercito, era un pilota provetto: lasciava che il commendatore si sfogasse nei rettilinei, per fregarlo regolarmente nel misto stretto, con manovre da codice penale. Noi eravamo in macchina a fare il tifo per lui, eccitatissime e pazze di gioia
La macchina era decappottabile, quando il tetto era aperto, io e mia sorella ci mettevamo in ginocchio sul sedile posteriore, la testa all’indietro e le braccia appoggiate sulla capote ripiegata, per il gusto di vedere le facce di quelli che superavamo; il commendator Gerosa veniva regolarmente buggerato alla seconda curva, in cui mio padre si infilava di traverso. Cose impensabili oggi, ma c’erano poche macchine in giro all’epoca.


 Che città era Verona? Che ricordi hai?

 Verona era una città molto più vera: il centro storico era abitato dal popolo. Poi come in tutte le grandi città italiane, è avvenuto quel processo per cui il popolo è stato in qualche modo espulso verso la periferia. La mia adolescenza, le mie scuole medie, il mio liceo, erano tutto un andirvieni da casa a scuola e da scuola a casa, un percorso continuo, facevo due tre ore di strada al giorno. La scuola la mattina, la scuola il pomeriggio, e in più il liceo musicale. Correvo come una dannata, mentre fendevo la affollata via Mazzini.

 Era una città piena di odori di puzze, di colori scuri, di fuliggine, di carbone, di fumo. L’idea del restauro non esisteva e nulla era stato toccato: dal Medioevo in poi, tutto conservava il suo aspetto originario, con le naturali devastazioni del tempo, tubi rotti, crepe, muschio, colature di umidità, intonaci rotti; ma anche pezzi di affreschi esterni  meravigliosi che quasi tutte le case di Verona avevano. Questi intonaci sono andati in gran parte perduti, e negli anni ’60 e ’70 sono cominciati questi restauri orribili che prevedono si scontorni il pezzetto d’affresco, che diventa una crostina messa lì e isolata dal resto. Verona si chiamava la città pitta, adesso è rimasto ben poco. Mi rendo conto che il restauro è necessario, ma gradirei lavori più discreti, meno invasivi.

 Insomma Verona aveva una autenticità che ha completamente perduto, sia dal punto di vista delle cose inanimate sia da quello del popolo: a ogni passo, nelle antiche strade, c’erano negozi ma anche antri, antri da cui uscivano uomini spaventosi e d’altri tempi, neri di fuliggine, che terrorizzavano noi bambini.

  Una città sporca e maleodorante, ma estremamente viva e affascinante. Io adoravo questi cattivi odori, odori vitali, alcuni anche buoni! Sentivi l’odore di carbone,  di legna, di cibo cucinato, di merda, di topi, di farina marcia, l’odore dei negozi di alimentari che avevano ancora tutta la roba sfusa e la tenevano fuori, in strada, a mò di esposizione. C’erano tutti questi sacchi di juta pieni di farina di mais di farina di grano, di polenta, fagioli, di lenticchie, poi c’erano i baccalà  appesi. Non esistevano ancora le confezioni e si aveva un contatto con le cose molto più reale, sensibile e affascinante di adesso. A me piaceva molto di più come era allora. Tutta la città era scura, anche perché l’illuminazione era più fioca,  ora è tutto leziosetto e ridipinto, tutto era più morbido, meno aggressivo. Un particolare che rendeva la città così magica erano le lampadine al tungsteno, sia nelle case che fuori. Ora sono fuori legge, perché dicono che inquinino. Io non ci credo!

Verona è legata alla tua infanzia e adolescenza. Quali sono le città della tua vita?

 Verona Milano Roma e Parigi, più di qualunque altra città all’estero. A Parigi sono andata e vado non solo per lavoro ma anche per amicizia, perché ho qualcuno che vive là. Milano era la modernità: negli anni ’60 Milano era accogliente, era il cuore della musica per via della Galleria del Corso, il luogo dove nasceva l’industria discografica italiana, a Roma c’era l’Rca, ma a Milano c’erano tante tante case discografiche, tra cui la mia, la Cgd. Milano era moderna, aveva l’aeroporto, le autostrade. Le infrastrutture dell’Italia erano tra le più avanzate all’epoca. Ogni volta che andavo all’estero avevo l’impressione di andare in paesi arretrati, Francia compresa: Paesi dove c’era ancora un aria da anni ’30 insomma. Sembravano indietro di 30 anni. Soprattutto la radio e la televisione, che in Italia erano fantastiche, sia per le strutture, che  per la modernità degli studi, delle attrezzature, che per i contenuti, poiché gli spettacoli che si facevano in Italia erano i più moderni, Studio 1 aveva un’eleganza formale e una modernità che negli altri Paesi non esisteva, appena mettevi piede all’estero ti ritrovavi ancora con le scenografie colle tende (ride) e tutti gli ammennicoli e arzigogoli del caso, con un gusto arretrato e kitsch. L’Italia era avanti in modo clamoroso su molte cose in quegli anni.



 Dicci qualcosa sul ruolo della vita sentimentale nella tua esperienza di donna.

 La vita sentimentale per un artista è complicata. Ero un’adolescente famosa, e non è stato facile: non hai esperienza e non puoi permetterti di farla godendo della protezione dell’anonimato. C’è una curiosità morbosa nei tuoi confronti, sei esposto: sono tutti lì che ti guardano, che ti spiano, che vogliono sapere, solo per ragioni di gossip, quindi o ti fidanzi tanto per  farlo, per sentirti normale e accettata, magari con qualcuno che pensi possa piacere agli altri, ma che intimamente non sai se ti piace davvero; o non ti fidanzi per niente! Se sei sola a 16 anni va benissimo, ma se lo sei a 20 o a 25 passi per una “strana”. All’interno di tutti questi ostacoli, io in ogni caso, alla fine, ho fatto il mio percorso: per alcuni aspetti ero una persona precoce, perché ho avuto esperienze formative molto forti fin dalla infanzia: affrontare il pubblico, avere dei contatti inconsueti, mi riferisco alle mie visite con esibizione canora a 13 anni nei manicomi piuttosto che nei sanatori e negli ospedali con la Compagnia spettacolo città di Verona, in cui ero l’unica non adulta. Una esperienza molto formativa che mi ha preconizzato come sensibilità anche sociale. Credo di essere diventata di sinistra allora, visitando un manicomio, di quelli che son stati chiusi con la legge Basaglia, che ho sostenuto con grande entusiasmo. 
Manicomio, Italia, anni '60

Dall’altra parte invece, come esperienze umane e sentimentali ero in ritardo rispetto ai miei coetanei: ero molto più inibita e restia a concedere confidenza. Ero affezionata alla mia solitudine: non potevo fidanzarmi col ragazzo della porta accanto o col compagno di scuola, perché io appartenevo già a un altro mondo più ampio, non è che mi dessi delle arie, ma era un fatto: avevo delle esperienze che non potevo condividere con chi non le poteva capire; e quindi ho fatto molta fatica. Dall’altra parte non mi interessava nemmeno mettere su un flirt o un fidanzamento con un “famoso” come me, per fare che cosa??? Per fare gossip sui giornali? Io cercavo qualcosa di autentico. Insomma ho fatto di tutto per ignorare questa pressione e curiosità nei confronti della mia vita privata. Mi ha aiutato molto la discrezione, che ha sempre fatto parte del mio carattere. Quando ci son state delle storie le ho tenute per me e ci sono anche riuscita: quella che è la mia biografia ufficiale è soltanto apparenza, la mia vita sentimentale non la conosce nessuno e non la racconterò mai (ride), a parte il matrimonio che ho dovuto rendere pubblico, ma non è stato facile!
Matrimonio

 Ero talmente abituata alla segretezza, alla riservatezza, che quando mi son sposata all’inizio non l’ho detto a nessuno, non ho fatto il ricevimento, e neanche le fotografie perché era il modo migliore per preservare quel momento solo per me e mio marito. E’ stata una cerimonia intima e privatissima. Ci fu una festa a casa con amici e parenti, ma una decina di giorni dopo la cerimonia, quando uscì la notizia del matrimonio sui giornali. La gente magari pensava, ma quanto se la tira ‘sta Cinquetti! In realtà avevo talmente introiettato questa necessità di proteggermi, che dopo sposata avevo difficoltà a dirlo, anche agli amici! Incontravo le amiche per strada che mi chiedevano: “Cara come stai?”-“Bene grazie!” – e finiva lì! Come facevo a dire loro che mi ero sposata?! Io dentro di me pensavo: vabbè glielo dirò la prossima volta! E tiravo dritto. Poi si sono tutti arrabbiati con me: “Ma come? Non ce l’hai detto??!! E non c’hai manco invitato! Sei sposata da due mesi e lo veniamo a sapere da altri!

 Dopo, con un po’ di fatica, mi sono abituata a dire anche… che avevo dei figli! Ma son cose che non mi son mai venute spontanee, come alla maggior parte della gente, che quando attraversa un momento importante e felice, tende a dirlo a questo mondo e a quell’altro.

 Avevo anche una certa timidezza quando vi accompagnavo a scuola, e quando incontravo le altre mamme, all’asilo. Mi sentivo un poco pesce fuor d’acqua. Tutte queste madri “scomaravano” chiacchieravano, facevano gruppo. Io ero la Cinquetti, ma avrei voluto essere una mamma anonima.



Beh le mamme dei miei compagni tanto anonime non erano, visto che andavo alla Montessori…

 Sì tanto anonime non erano, visto che era una scuola frequentata da artisti, giornalisti e via dicendo, però si conoscevano già tra di loro, si frequentavano, perché erano di Roma, perché facevano vita di quartiere. Io ero una che veniva da Verona. E non ero né sono molto mondana. Roma è una città dove se ti vuoi inserire devi andare alle mostre, ai ricevimenti, alle feste…a me delle feste, delle mostre, non me ne frega niente, a me piace andà (sic) al cinema e poi mi piace stare a cena con gli amici e chiacchierare. Invitavo sempre e invito molto. Ho sempre amici a cena ma sono quasi sempre gli stessi, e anche all’epoca  non ci si allargava molto, anche perché tutto veniva interrotto dal lavoro, da una partenza, da un viaggio. E’ curioso, ma io ho sempre instaurato le amicizie più affettuose con gente che vive in altre città, e giocoforza, non ci si vede molto, ma quando succede è una festa. Tornando al ruolo di mamma di fronte alle altre mamme mi metteva un po’ in imbarazzo perché riguardava la mia intimità. Io sono sempre stata una che appare fredda, ma in realtà sono le mie emozioni a essere troppo intense e le devo proteggere. Io detesto l’interpretazione del ruolo: di moglie, di madre. Io sono consapevole dell’essenza vera delle cose e questa essenza la proteggo il più possibile. Poi penso che nulla sia scontato, ecco perché rifiuto i ruoli, ecco perché sono aperta e curiosa.

Ero curiosa di sapere chi fossero i miei figli e li consideravo appunto non mia proprietà. Credo che questo voi l’abbiate vissuto.



Hai un hobby?

 Ho sempre amato moltissimo la lettura, questo  libro che ho scritto ha preso le mosse da molto lontano, dagli anni della adolescenza, quando leggevo con grandissima passione.
Letture, anni '60

 Ho continuato a leggere fino a 30 anni con grande intensità. Era l’epoca dei miei viaggi. Ero sempre in giro per lavoro. Quando siete nati ho cambiato radicalmente stile di vita perché la presenza di due bambini piccoli comportava una responsabilità e un modo di vivere diverso e quindi ho iniziato lì a fare la conduzione televisiva e giornalismo, perché questo mi permetteva di lavorare restando a casa. Quando invece ero in giro per il mondo avevo sempre libri con me. Amo Steinbeck, Faulkner, Hemingway, i russi, Tolstoj, Cechov, Anais Nin, gli anni ‘30, gli americani a Parigi, Gertrude Stein, Joyce., Fitzgerald, Elia Kazan, Keller, Malcom Lawry. Questa passione per la letteratura mi ha fatto fin da allora sognare di far parte del mondo di coloro che scrivono e non solo di quello di coloro che leggono. E’ una sorta di appartenenza quella alla letteratura. E per me era importante perché mi permetteva di sopravvivere alla stanchezza, alla solitudine e alla noia di questo continuo viaggiare per il mondo, apparentemente inconcludente . E lo ritrovo adesso invece e capisco che sbagliavo a ritenerlo inconcludente, perché qualche segno dei miei lavori televisivi in giro per il mondo è rimasto, su youtube,  ma mentre facevo queste cose, ero convinta che non avrebbero lasciato traccia, immaginavo non ne lasciassero alcuna e che fosse tutto un po’ così,  a perdere. Non per questo non lo facevo bene, mi piaceva farlo, anche se comportava un interrompere continuamente i rapporti ed allora lì ho imparato a tessere questi legami interiori. Avevo piacere a coltivare la mia interiorità, perché non potevo fare altro, mentre ero in viaggio, che pensare. E quindi pensavo alle persone, ai miei amici, ed ho imparato ad avere questi legami invisibili con persone con cui non avevo un legame nella quotidianità.

 Altra mia passione sono le case e i giardini: ne sono stata travolta, perché adesso non riesco più a finire, non ho energie per finire né le case né i giardini. Da sola è un lavoro immane di cui non vedo l’ora di liberarmi. Ma non  è la stessa cosa se chiami il giardiniere, vuoi mettere la soddisfazione?
Giardinaggio, anni '70

 Ho tirato su muri a secco con le mie mani nel giardino di casa, quindi evidentemente, quella voglia di fare con le mie mani di cui ho parlato nella prima intervista è rimasta. Ho delle mani molto inadatte al lavoro manuale, fragili, ma io sono forte, tengo duro e continuo. E mi piace perché costruire una casa o un giardino, mantenerli, vederli crescere, è costruire un mondo e a me piace costruire dei mondi; anche scrivendo, ed è per questo che ho scritto un romanzo.

6 commenti:

  1. Molte grazie Giovanetti,
    Ho trovato questa intervista Incredibile,
    una conversazione sincera.
    Gigliola è una persona incredibile e ammirevole e ha una famiglia coraggiosa!
    Sono brasiliano,
    Ammiro
    la musica e la cultura italiana,
    saluti
    Paulo Mattos...

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  2. Esplendorosa.... gratidão....amada por todo o Planeta...seja bem vindo á uma página do facebook dedicado á Gigliola por fãs do Brasil e Europa ...Gigliola Cinquetti Fans....DEUS abençoa Gigliola e toda Família!

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  3. Ho conosciuto Gigliola Cinquetti nel lontano 1971 allorchè entrambe eravamo ospiti della trasmissione "Stasera si" con il quartetto Cetra. Io cantavo "Una conquista facile" e lei "La bella Gigogin!" Ho avuto un'ottima impressione, è veramente una bella persona.

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  4. Mena 22 de agosto 2018. Parabéns pela linda entrevista. Parabéns para Constantino pelo seu aniversário.beijos.

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  5. I Love Gigliola so much and I had an oportunity to meet in Brazil last year in the show Una Storia Amore

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